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QUANDO I BULLI SONO I GENITORI

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Dott.ssa Alessia Iurlo Psicologa Psicosessuologa Esperta in DSA

Bari 23 ottobre 2018

Il bullismo esiste da sempre; fortunatamente, molte proposte di intervento sono risultate efficaci nell’arginare il fenomeno, soprattutto collocandosi all’interno del contesto scolastico. Interventi di formazione, sviluppo della capacità di regolazione emotiva, promozione dello sviluppo socio-affettivo e della collaborazione tra pari, sono tutte strategie che concorrono ad affrontare alla radice il comportamento del bullo, ma che necessitano della preziosa collaborazione dei genitori oltre che del personale coinvolto.
C’è un tema che però resta ancora ancora un tabù: IL BULLISMO DEI GENITORI.
Si è passati, senza troppi passaggi intermedi, da modelli educativi arcaici e dispotici, ad altri modelli educativi che giustificano tutto e troppo, come quello del “genitore amico”. In altri casi estremi, si cerca di “proteggere” il proprio figlio dai suoi insuccessi e piccoli fallimenti, spostando le sue responsabilità all’esterno; atteggiamento che limita la sua crescita e mina la fiducia verso le figure educative.
La figura dell’insegnante, in passato, era più spesso accusata di abusi di potere e di metodologie aggressive; tuttavia oggi si assiste ad un fenomeno inverso: si sente spesso parlare di docenti ormai vittime dei propri allievi. È sicuramente difficile per un genitore valutare con obiettività ed imparzialità il comportamento del proprio figlio, tuttavia, pensando di tutelare e difendere il benessere del proprio bambino, alcuni arrivano a compiere atti aggressivi o minacce nei confronti di chi opera nei contesti educativi.
L’istinto di protezione di alcuni genitori può portare ad esprimere continuamente critiche in merito all’operato dei docenti; si cerca di controllare le prestazioni dei professori con comunicazioni frequentissime e imperative, non di rado estorcendo valutazioni superiori. Comprensibilmente tutto ciò avviene per proteggere non solo il proprio figlio, ma anche se stessi dal tanto temuto fallimento, percepito come catastrofe in una società in cui il culto dell’apparenza è ragione di vita.
Ci troviamo in presenza di una importante confusione tra ruoli e desideri: da un lato questi genitori vorrebbero figli attivi e partecipi ad un gran numero di attività di formazione (scuola, doposcuola, sport, catechismo, etc…). Dall´altra, squalificando le competenze di chi opera in questi servizi, si sfavorisce qualunque forma di apprendimento e di adattamento a nuovi contesti. Questo genera un profondo dilemma circa le effettive possibilità di affiancare i genitori nell’importante compito di guidare i ragazzi nel loro percorso di crescita didattico-educativo: come possono i maestri, i professori, gli educatori, gli allenatori, gli psicologi essere un riferimento per i ragazzi e adempiere con criterio al proprio mandato quando le loro competenze vengono messe sistematicamente in discussione dai genitori e dagli stessi ragazzi?
L’episodio più recente è quello che ha coinvolto un Dirigente di una scuola che si era “permesso” di sequestrare i cellullari dei ragazzi, è stato in un primo momento insultato e minacciato e, successivamente, malmenato da altri genitori (10 giorni di prognosi), a quanto pare, perché non soddisfatti della pagella assegnata alla figlia.
Episodi come quello menzionato sono importanti segnali di allarme: attenzione a non insegnare la prepotenza ai nostri figli, perché BULLI NON SI NASCE, MA SI DIVENTA. Tutti i bambini fanno “tesoro” di ciò che fanno esperienza tra le mura di casa, introiettando le regole e i modelli familiari di riferimento.
Quando l’eccesso di protezione sconfina nella violenza, un genitore smette di essere educativo e purtroppo, inconsapevolmente, danneggia il proprio figlio. Molto probabilmente, aver vissuto a propria volta un modello genitoriale aggressivo piuttosto che assertivo, ostacola lo sviluppo di uno stile educativo più equilibrato e consapevole dei propri limiti.
Infatti, dietro la maschera di comportamenti violenti e aggressivi, si cela un’autostima molto bassa, estremamente sensibile al giudizio altrui; tale condizione stimola l’esigenza di misurare il proprio potere personale continuamente, attraverso il controllo dell’azione e del pensiero dell’altro. Si cerca di generare nell’altro paura utilizzando la violenza o l’influenza che si crede abbia la propria professione, solo al fine di ricavarne conferme della propria “non fragilità”.
In questi casi è possibile commettere distorsioni nel proprio stile educativo:
  • Attribuire sempre gli altri la responsabilità dei propri fallimenti, e fare lo stesso con quelli del proprio figlio
  • Provare rabbia verso le vittime, giustificando il comportamento del proprio figlio
  • Negare il problema o sminuirlo
  • Provare risentimento, considerando sé stessi o il loro figlio vittima della situazione
Come mai risulta così difficile diventare consapevole delle distorsioni del proprio stile educativo?
1) Perché si teme che ammettere un errore significhi inevitabilmente ammettere un fallimento ed il genitore protegge sé stesso e la propria autostima.
2) Per il tutelare l’idea onnipotente che tutti i figli costruiscono sui propri genitori, favorendo la stima e la credibilità che il ragazzo nutre verso la figura di accudimento
Se il genitore opera in questa direzione, ne deriverà una naturale incapacità del figlio ad agire e a reagire da solo. Si sentirà perduto di fronte ad un ostacolo o di fronte a qualunque tipo di insuccesso; risulterà incapace di difendere sé stesso da qualunque forma di aggressione. Infatti, i genitori potrebbero alimentare nei ragazzi la convinzione che non sono in grado di affrontare le difficoltà o che è necessario che qualcuno intervenga al posto loro; una generazione incapace di utilizzare i propri errori per apprendere è arrabbiata con il mondo per il proprio mancato successo.
Questa modalità educativa riempie i bambini di falsi bisogni, di false credenze, di falsi amici, di falsi valori, di false soluzioni.
Questa genitorialità sollecita e promuove esperienze per le quali i bambini non sono ancora pronti, ma ritarda il momento in cui si pretende dai ragazzi che si assumano delle responsabilità.
Nessuno è infallibile, ciò che fa la differenza è solo la consapevolezza che può derivare dalla riflessione sulle proprie condotte: per tutti noi diventa indispensabile riflettere, informarsi, guardarsi nel proprio agire provando ad aprirsi al confronto anche con personale esperto e qualificato.